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Finalmente l’horror italiano può confrontarsi senza complessi di inferiorità con la produzione internazionale
I primi brividi arrivano dopo pochi secondi. Mentre nella colonna sonora risuonano le note di Il cielo in una stanza di Gino Paoli, la macchina da presa inquadra la testa di un cervo imbalsamato appesa alla parete di uno chalet e poi arretra e allarga fino a mostrare su un tavolaccio di legno i piedi e le gambe insanguinate di una ragazza legata che mugola di dolore e di paura. Il movimento sale fino a mostrarci il viso della ragazza incrostato di sangue e gli occhi gonfi di terrore. “…questa stanza non esiste più…”, continua a cantare Gino Paoli. Sulla sua voce si sovrappone un rumore sinistro: qualcuno sta trascinando una pesante mazza di legno. Stacco: da una fessura nella parete un occhio osserva la scena e spia. La mazza si alza minacciosa. “…niente, più niente al mondo”, canta Paoli. E la mazza cala implacabile con un rumore agghiacciante. Comincia così, A Classic Horror Story: ed è un incipit davvero impressionante. 

Bisogna alzarsi in piedi e applaudire con calore il lavoro di Roberto De Feo e Paolo Strippoli perché porta finalmente l’horror italiano a confrontarsi senza complessi di inferiorità e senza sindromi di inadeguatezza con la produzione internazionale